“LE COSE” NELLA MODERNITÀ LIQUIDA DI VINCENZO LATRONICO

Che romanzo lucido e profetico, “Le cose” di Georges Perec. Spietata anatomia dell’epoca del dopoguerra, si svolge in un tempo passato, ma parla già del nostro presente e persino del nostro futuro. Eppure, tanta onniscienza quasi divina (gli autori più tracotanti, cioè forse gli unici destinati alla Storia, si credono divinità e certe volte ce lo fanno credere persino a noi) comincia con una caratteristica molto umana, quella di ipotizzare, fantasticare, divagare, desideri e sogni ancora non presenti e che potrebbero magari non esistere mai, ma che comunque possono indirizzare un’esistenza. Ecco allora già dal primo capitolo l’uso del condizionale, destinato poi a diventare imperfetto e poi passato remoto quando ci rende conto che il tempo per concretizzare la nostra ipotetica è passato, sta per finire. Ma in soldoni, di che tratta “Le cose”? E soprattutto: perché ne parlo così tanto, dato che la mia è una recensione a un libro di un altro autore, Vincenzo Latronico, Le perfezioni? Trattandosi di un romanzo Bompiani del 2022, che soltanto adesso Einaudi ripropone in tascabile, la risposta è già ben nota dai cultori della letteratura italiana (il libro ha peraltro vinto il Premio Mondello ed è stato incluso tra i selezionati allo Strega). Cominciamo col dire che attraverso la vita di Jérôme e Sylvie, due giovani sociologi nella Parigi degli anni Sessanta, Perec mette in scena il ritratto di una generazione ipnotizzata dal mito del benessere: l'illusione che l'accumulo di oggetti, il gusto estetico e un certo stile di vita possano riempire il vuoto d'identità e garantire una felicità su misura. Con una scrittura dettagliata l'autore analizza le aspirazioni, i sogni e le frustrazioni di chi scambia il possedere con l'essere. Un romanzo incredibilmente profondo e ancora spaventosamente attuale, che ci costringe a guardarci allo specchio e a chiederci: siamo noi a possedere le cose, o sono le cose a possedere noi? Insomma, ciò di cui parlava Brad Pitt a un attonito Edward Norton in Fight Club, film opportunamente apparso un attimo prima che entrassimo nel nuovo millennio. Il condizionale è la rappresentazione grammaticale del miraggio consumistico. Dovremmo avere questo, dovremmo avere quell’altro… un “dovrebbe” socialmente indotto che non ha mai fine. E ciò a cui tanti di noi votano la loro esistenza è la brama di possesso e di accumulo, in un ciclo che rilascia continua dopamina e, di fatto, ci spinge in avanti nell’esistenza, facendoci dimenticare però, spesso i valori immateriali, a cui siamo sempre meno addestrati e abituati.

Torniamo a Latronico e al suo romanzo Le perfezioni, che ho acquistato al volo, mentre uscivo da una libreria, soltanto perché, sfogliandolo, ho percepito come una sorta di eco de Le cose. Soltanto giunto a casa mi sono accorto dell’esergo posto in apertura: una citazione, appunto, del romanzo di Perec. Ma allora, mi sono detto, che romanzo ho acquistato? L’opera di un abile copista (e non certo di un falsario, dato che non intende ingannare nessuno, mettendo già le mani - di Perec - avanti)? O di un autore comunque dotata della sua personalità, che vuole dialogare o aggiornare un classico della letteratura? E soprattutto: dov’ero nel 2022, perché mi è sfuggito?

Latronico non copia né falsifica. Semmai, intende quasi produrre una sorta di seguito del romanzo di Perec. Nessun condizionale in apertura. Gli oggetti (catalogati con la stessa precisione del suo antecedente) esistono, sono già collocati in un arredamento perfetto, la vita scorre in un eterno presente però mai statico, un presente che scorre. Il consumismo si è già consumato. Ma è un esaurimento senza fondo: non tocchiamo terra, restiamo sospesi nella caduta. Esausti non perché siamo arrivati in fondo a qualcosa, ma perché il fondo, semplicemente, non c'è più. Il benessere che inizialmente soltanto sognavano i protagonisti de Le cose si è ormai generalizzato, è diventato non l’eccezione ma la norma. Eccezionale, semmai, è oggi l’esser poveri. Per concretizzare il SUV basta un buon piano di finanziamento. E pazienza se un giorno dovremo restituirlo, intanto, e a lungo, l’avremo posseduto. O ci avrà posseduto lui, come un demone. Chissà. Un demone comunque non destinato a restare. Liquido.

La chiave per leggere il romanzo di Vincenzo Latronico, più che nel solo dialogo con Perec, sta forse in un altro nome che la ricezione italiana ha lasciato ai margini: Zygmunt Bauman.

Gli oggetti di Perec si accumulano. Restano. Arredano una casa che, per quanto insoddisfacente, ha una sua fisicità stabile: i mobili non si aggiornano ogni sei mesi, un divano comprato resta comprato. È una critica al consumismo fatta dall'interno di una società che il consumismo lo vive ancora come accumulo.

Anna e Tom, invece, non accumulano quasi nulla che duri. La loro casa berlinese è fotografabile proprio perché è provvisoria e sostituibile. Il lavoro è flessibile, la città è una tappa, le amicizie sono internazionali e intercambiabili. Non è più il romanzo di una coppia che accumula oggetti sbagliati, ma di una coppia che ha smesso di poter accumulare qualsiasi cosa, oggetti compresi.

Qui il vocabolario di Perec — e in fondo anche quello marxista del consumismo, che resta il più usato dai recensori italiani — comincia a stringere. Serve un altro strumento, ed è quello che Bauman ha chiamato modernità liquida: un mondo in cui i legami, le identità, i progetti di vita non si solidificano più in forme durature, ma restano sempre reversibili, sempre pronti a essere sciolti e riconfigurati. Non per libertà, ma per necessità strutturale. perché ogni forma solida, in un contesto liquido, diventa un vincolo, un ostacolo alla mobilità richiesta dal sistema stesso.

Letto così — e qui la mia diagnosi si allontana da quella con cui sono partito — Le perfezioni smette di essere soltanto una satira della società dell'immagine, e diventa qualcosa di più preciso: il racconto di due persone che applicano un ideale ancora solido — la perfezione, appunto, che è per definizione un compimento, uno stato finale, qualcosa che non si può più migliorare — a un'esistenza che è strutturalmente incompatibile con qualunque stato finale. Anna e Tom non falliscono nel realizzare la vita perfetta. Falliscono perché stanno cercando di rendere solido ciò che il loro stesso mondo — Berlino, il lavoro creativo, i social, la mobilità internazionale — richiede resti liquido. La perfezione, in un'esistenza liquida, è un residuo nostalgico di un'epoca — quella di Perec, in fondo — in cui l'identità poteva ancora sperare in un punto d'arrivo.

C'è, in questo scarto, anche una differenza che riguarda il tempo, più che gli oggetti in sé. La lista perecchiana — i mobili desiderati, gli elettrodomestici, gli arredi immaginati per l'appartamento futuro — è una lista proiettata in avanti: presuppone un percorso, una carriera di acquisti che accompagna una vita che si suppone debba solidificarsi, prima o poi, in una casa definitiva, in un salotto raggiunto. È la logica di quella che Bauman chiamava la modernità dei "produttori": si accumula perché si costruisce qualcosa che deve durare, anche se quel qualcosa non arriva mai davvero. Il desiderio di Perec ha comunque una direzione.

Il catalogo di Anna e Tom, invece, è una sequenza di stati equivalenti che si sostituiscono l'uno all'altro senza costituire una traiettoria. Non stanno arredando una casa definitiva né costruendo una carriera che culmina in qualcosa, stanno piuttosto mantenendo un'immagine coerente nel presente, che deve restare aggiornabile all'infinito. È la logica che Bauman attribuiva ai "consumatori" della modernità liquida: non si accumula un patrimonio, si consuma un'esperienza dopo l'altra, e il valore sta proprio nel non lasciarsi mai alle spalle un punto fermo. In questo senso, Le perfezioni non aggiorna semplicemente il contenuto di Le cose, ne rovescia la temporalità: dove Perec racconta un'attesa mai esaudita, Latronico racconta un presente che ha rinunciato persino ad attendere, perché l'attesa stessa implicherebbe un punto d'arrivo che il romanzo, con lucidità, non concede più ai suoi personaggi.

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