“LE COSE” NELLA MODERNITÀ LIQUIDA DI VINCENZO LATRONICO
Torniamo a Latronico e al
suo romanzo Le perfezioni, che ho acquistato al volo, mentre uscivo da
una libreria, soltanto perché, sfogliandolo, ho percepito come una sorta di eco
de Le cose. Soltanto giunto a casa mi sono accorto dell’esergo posto in
apertura: una citazione, appunto, del romanzo di Perec. Ma allora, mi sono
detto, che romanzo ho acquistato? L’opera di un abile copista (e non certo di
un falsario, dato che non intende ingannare nessuno, mettendo già le mani - di
Perec - avanti)? O di un autore comunque dotata della sua personalità, che
vuole dialogare o aggiornare un classico della letteratura? E soprattutto: dov’ero
nel 2022, perché mi è sfuggito?
Latronico non copia né
falsifica. Semmai, intende quasi produrre una sorta di seguito del romanzo di
Perec. Nessun condizionale in apertura. Gli oggetti (catalogati con la stessa
precisione del suo antecedente) esistono, sono già collocati in un arredamento
perfetto, la vita scorre in un eterno presente però mai statico, un presente
che scorre. Il consumismo si è già consumato. Ma è un esaurimento senza
fondo: non tocchiamo terra, restiamo sospesi nella caduta. Esausti non perché
siamo arrivati in fondo a qualcosa, ma perché il fondo, semplicemente, non c'è
più. Il benessere che inizialmente soltanto sognavano i protagonisti de Le
cose si è ormai generalizzato, è diventato non l’eccezione ma la norma.
Eccezionale, semmai, è oggi l’esser poveri. Per concretizzare il SUV basta un
buon piano di finanziamento. E pazienza se un giorno dovremo restituirlo,
intanto, e a lungo, l’avremo posseduto. O ci avrà posseduto lui, come un
demone. Chissà. Un demone comunque non destinato a restare. Liquido.
La chiave per leggere il
romanzo di Vincenzo Latronico, più che nel solo dialogo con Perec, sta forse in
un altro nome che la ricezione italiana ha lasciato ai margini: Zygmunt Bauman.
Gli oggetti di Perec si
accumulano. Restano. Arredano una casa che, per quanto insoddisfacente, ha una
sua fisicità stabile: i mobili non si aggiornano ogni sei mesi, un divano
comprato resta comprato. È una critica al consumismo fatta dall'interno di una
società che il consumismo lo vive ancora come accumulo.
Anna e Tom, invece, non
accumulano quasi nulla che duri. La loro casa berlinese è fotografabile proprio
perché è provvisoria e sostituibile. Il lavoro è flessibile, la città è una
tappa, le amicizie sono internazionali e intercambiabili. Non è più il romanzo
di una coppia che accumula oggetti sbagliati, ma di una coppia che ha smesso di
poter accumulare qualsiasi cosa, oggetti compresi.
Qui il vocabolario di
Perec — e in fondo anche quello marxista del consumismo, che resta il più usato
dai recensori italiani — comincia a stringere. Serve un altro strumento, ed è
quello che Bauman ha chiamato modernità liquida: un mondo in cui i
legami, le identità, i progetti di vita non si solidificano più in forme
durature, ma restano sempre reversibili, sempre pronti a essere sciolti e
riconfigurati. Non per libertà, ma per necessità strutturale. perché ogni forma
solida, in un contesto liquido, diventa un vincolo, un ostacolo alla mobilità
richiesta dal sistema stesso.
Letto così — e qui la mia
diagnosi si allontana da quella con cui sono partito — Le perfezioni
smette di essere soltanto una satira della società dell'immagine, e diventa
qualcosa di più preciso: il racconto di due persone che applicano un ideale
ancora solido — la perfezione, appunto, che è per definizione un
compimento, uno stato finale, qualcosa che non si può più migliorare — a
un'esistenza che è strutturalmente incompatibile con qualunque stato finale.
Anna e Tom non falliscono nel realizzare la vita perfetta. Falliscono perché
stanno cercando di rendere solido ciò che il loro stesso mondo — Berlino, il
lavoro creativo, i social, la mobilità internazionale — richiede resti liquido.
La perfezione, in un'esistenza liquida, è un residuo nostalgico di un'epoca —
quella di Perec, in fondo — in cui l'identità poteva ancora sperare in un punto
d'arrivo.
C'è, in questo scarto,
anche una differenza che riguarda il tempo, più che gli oggetti in sé. La lista
perecchiana — i mobili desiderati, gli elettrodomestici, gli arredi immaginati
per l'appartamento futuro — è una lista proiettata in avanti: presuppone un
percorso, una carriera di acquisti che accompagna una vita che si suppone debba
solidificarsi, prima o poi, in una casa definitiva, in un salotto raggiunto. È
la logica di quella che Bauman chiamava la modernità dei
"produttori": si accumula perché si costruisce qualcosa che deve
durare, anche se quel qualcosa non arriva mai davvero. Il desiderio di Perec ha
comunque una direzione.
Il catalogo di Anna e Tom, invece, è una sequenza di stati equivalenti che si sostituiscono l'uno all'altro senza costituire una traiettoria. Non stanno arredando una casa definitiva né costruendo una carriera che culmina in qualcosa, stanno piuttosto mantenendo un'immagine coerente nel presente, che deve restare aggiornabile all'infinito. È la logica che Bauman attribuiva ai "consumatori" della modernità liquida: non si accumula un patrimonio, si consuma un'esperienza dopo l'altra, e il valore sta proprio nel non lasciarsi mai alle spalle un punto fermo. In questo senso, Le perfezioni non aggiorna semplicemente il contenuto di Le cose, ne rovescia la temporalità: dove Perec racconta un'attesa mai esaudita, Latronico racconta un presente che ha rinunciato persino ad attendere, perché l'attesa stessa implicherebbe un punto d'arrivo che il romanzo, con lucidità, non concede più ai suoi personaggi.

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