L’OMBRA DELLA SOLITUDINE: “LA PERDIZIONE" DI SALVO ZAPPULLA


C'è uno scrittore a Sortino che da trent'anni racconta la Sicilia come un posto dove il reale, all'improvviso, si deforma e lascia spazio a situazioni surreali che, in quel mondo grottesco che è la Sicilia (ma diremmo l’intera Italia), riescono nel miracolo di risultare verosimili. Si chiama Salvo Zappulla, classe 1961, e non ha mai lasciato il suo paese tra i Monti Iblei. Giornalista pubblicista con una lunga militanza nella pagina culturale del quotidiano «La Sicilia», presidente dell'Associazione Culturale Pentèlite che organizza a Sortino la Mostra-Mercato dell'editoria siciliana, Zappulla è di quelle figure che tengono viva la letteratura dal basso, senza riflettori ma con un'ostinazione che somiglia molto alla vocazione.La sua cifra si capisce da una confessione resa anni fa a proposito de Il violino di Dio: «Per me la scrittura è brio, esplosività, irriverenza. Devo divertirmi quando scrivo, altrimenti non ho stimoli». E infatti il suo è un immaginario che prende sul serio solo le cose che meritano di esserlo — la morte, il bene, il male, il lavoro — e le maneggia con un'ironia dissacrante che ha i suoi antenati dichiarati in Dino Buzzati e Italo Calvino.

I libri di Zappulla si tengono per mano e si rispondono l'una con l'altra, come stanze dello stesso palazzo. Si comincia nel 1992 con Le due anime del giullare e si prosegue con Il maresciallo dei sogni rubati (1998), il romanzo che lo consacra: a Ficodindia, paesino immaginario dell'entroterra siciliano, un contadino si presenta in caserma per denunciare il furto dei propri sogni, e presto l'intero paese scopre di aver smarrito la capacità di sognare. È la metafora di una Sicilia — e di un'Italia — che ha perso il futuro, e tornerà a nuova vita nel 2024, quando Ianieri lo ripubblicherà come Lo strano caso dei sogni rubati.

Nel frattempo Zappulla affila la penna su più tavoli. C'è il filone morale-grottesco: L'ombra (1999), Il mostro (2003), La rivolta della natura (2002), romanzo per ragazzi di denuncia ecologica. C'è il filone dantesco, con In viaggio con Dante all'inferno (2004), dove il Sommo Poeta sveglia il protagonista in piena notte e lo trascina nei gironi per aggiornare il poema ai misfatti dei politici di turno: «Al giorno d'oggi una bolgia non si nega a nessuno». C'è il filone del sogno, con I ladri di sogni (2006), finalista al Premio Massimo Troisi. E c'è il filone della fiaba ecologica — Lo sciopero dei pesci (2008), vincitrice del premio Prata e tradotta dall'editore maltese Faraxa, dove il mare, esasperato dagli scarichi, si trasferisce in montagna — e Il pollaio dice No! (2013).

Poi arrivano i romanzi della maturità, quelli in cui il surreale si fa filosofia. Kafka e il mistero del processo (2014) è un gioiello: Pedro Escobar, personaggio letterario di infimo piano, fugge dal controllo del suo autore e stravolge le trame dei capolavori di ogni tempo, mandando in tilt l'industria editoriale mondiale. Il violino di Dio (2019, Scritturapura) è invece la storia di Alfredo Morelli, ragioniere capo al Comune di Milano morto in anticipo per un guasto al sistema dei destini, che finisce in paradiso in attesa che l'olio della sua vita si consumi, in una partita a scacchi tra il Bene e il Male. L'ispirazione, racconta Zappulla, nacque quando un sindaco che gli aveva fatto i manifesti pubblici lo relegò a lavorare al cimitero: girando tra i loculi si chiese se quei volti avessero storie da raccontare.

Pubblicato da Ianieri nella primavera del 2026, all'interno della collana Forsythia (208 pagine, 18 euro), La perdizione rappresenta il punto più alto toccato finora da Zappulla. La vicenda che racconta ha la struttura di una favola esemplare, costruita con la levità del miglior realismo magico. Lo scenario realistico, molto ben costruito, cede il passo a un certo punto a una dimensione allucinatoria che a pag. 101 permette all'autore di citare Freud: i sogni contengono indizi preziosi alla comprensione dei problemi. Ecco quindi che attraverso la deformazione onirica Zappulla riesce a ritrarre tanto il mondo operaio che quello borghese in una nazione dove l'individuo non riesce più a trovare il suo posto, non solo quello lavorativo ma anche sociale. Il romanzo prende infatti le mosse da una disamina interiore del protagonista, Tiziano Parisi, afflitto dal “senso di solitudine”, quella percezione cioè di sentirsi soli anche in mezzo alla gente, tanto in una fabbrica di duecento operai quanto in una famiglia di quattro persone, percezione acuita forse dal senso di alienazione rispetto a una realtà deviata rispetto alla fede incrollabile di Tiziano nei principi di rettitudine e nella sacralità del lavoro. Ragazzo introverso e solitario, alle prese con un padre puttaniere e una madre che trova conforto nella religione ma che non esita a cercare i favori di un onorevole per il “posto fisso” del figlio, Tiziano trova l'unica compagnia possibile in un interlocutore scomodo, cioè la sua stessa ombra, con cui si abitua a conversare sin dall'infanzia. Trasferitosi a Milano, diventa operaio e sindacalista battagliero, s'innamora di una collega e coltiva il sogno di una vita pulita. Ma una sera l'ombra gli salva l'esistenza, trattenendolo un istante prima che un'esplosione lo travolga. Da quel momento il rapporto si rovescia: l'ombra acquista consistenza, voce e ascendente, sussurra consigli, lusinghe, cinismo. "I tuoi principi! Dove ti hanno portato i tuoi principi?" dice l'ombra. Tiziano volta le spalle alla fabbrica e all'amore, sposa una donna che non ama — la figlia di un magnate —, scala il potere fino a diventare senatore, e intanto si allontana sempre più da ciò che è. Rimasto solo, in mezzo al deserto di legami recisi e di compromessi, scoprirà il segreto a lungo sepolto e comprenderà la verità: quella presenza che lo aveva salvato è in realtà un demone che lo ha condotto alla perdizione autentica — una vita donata al successo, che non sa restituire nulla in cambio di felicità.

C'è tutto Zappulla in questo romanzo. Il tema del doppio e dell'ombra, che già abitava L'ombra del 1999, qui diventa allegoria piena: il demone non è un mostro esterno ma la parte di noi che ci "salva" per meglio perderci. E c'è la denuncia sociale che da sempre gli sta a cuore — il lavoro tradito, il sindacato, la dignità — trasferita in uno scenario milanese che è l'esatto rovescio di Ficodindia: lì si perdevano i sogni, qui si perde l'anima per guadagnare il mondo. Personalmente, mi ha ricordato un capitolo di Petrolio di Pasolini (romanzo anch'esso strutturato intorno al "doppio"), il cosiddetto "appunto 34 bis" una "fiaba sul potere" che anni fa mi affascinò al punto da trarne una sceneggiatura per un cortometraggio. Lì un intellettuale è preso da una patologica smania di affermazione che lo conduce, appunto, alla perdizione, continuando tuttavia a raccontarsi (e a raccontare) il mito della propria innocenza. Il protagonista del romanzo di Zappulla, che pur essendo un sognatore che ha pensato di dedicarsi alla poesia, non è certo un intellettuale, ma il frutto di un ambiente piccolo borghese che non brama il Potere, ma solo "la macchinona, la villa, i soldi, tanti soldi". Ed è proprio qui che sta la differenza, e insieme la crudeltà più sottile del romanzo: se il personaggio pasoliniano perde l'anima inseguendo qualcosa di grande — il potere, la gloria, l'immortalità dell'io —, Tiziano Parisi la perde per inseguire qualcosa di piccolo, quasi patetico. Non tradisce se stesso per un'ambizione titanica, ma per un'immagine di benessere che non ha nemmeno la dignità di un desiderio autentico. L'ombra, in fondo, non gli ha promesso il trono del mondo, solo il posto in prima fila nella sala d'attesa della felicità. E la vera perdizione, quella che Zappulla mette in scena con ironia amara, è rendersene conto troppo tardi.

La scrittura di Zappulla è stata definita «all'apparenza semplice, istintiva», ma quella semplicità è un inganno: dietro si nasconde la capacità di capovolgere e stravolgere la realtà, di farla cambiare pelle attraverso un umorismo mai fine a se stesso. I suoi personaggi non sono eroi ma gente comune che si trova a fare i conti con la parte più oscura di se stessi, che Zappulla, grazie a uno stile visionario e inventivo, rende suggestiva e significativa. Con La perdizione questa cifra trova la sua declinazione più matura: l'ironia qui cede il passo a una riflessione più cupa e adulta, ma non perde mai quel brio irriverente che è la firma dell'autore. In un panorama editoriale sempre più omologato, Zappulla è una di quelle voci che vale la pena seguire fino in fondo — perché scrive per chi crede che la letteratura possa ancora dire qualcosa di vero, e per chi non ha paura di perdersi, come Tiziano Parisi, tra le ombre che portiamo dentro.  

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