LA MONTAGNA RICORDA, IL SANGUE CONSERVA: IL NUOVO GIALLO DI GIANFRANCO VIRARDI

Gianfranco Virardi è una figura anomala e interessante nel panorama del thriller italiano, in quanto non arriva alla narrativa dal percorso accademico o giornalistico tradizionale. Laureato in Economia e Commercio, specializzato in Marketing Strategico e con un passato da Direttore Creativo e docente universitario a Milano, Virardi ha passato la vita professionale a studiare i meccanismi che muovono le persone e le architetture della persuasione. Dall’esordio nel 2002 con Coperte di parole — spaccato caustico sul mondo della pubblicità — fino alla pubblicazione di Creatività Italiana, al centro di tutto, per lui, c'è sempre stata una sola costante: decifrare il comportamento umano.. E quando un autore con questo bagaglio si applica al genere noir, il risultato non è mai un semplice esercizio di stile, ma una chirurgica dissezione dei processi mentali. Con VUOTO. La montagna ricorda. Il sangue conserva. La verità aspetta (pubblicato in self publishing, è disponibile su Amazon), ci porta al terzo capitolo della saga del commissario Ernesto Dilori, dopo Nickname – morte in rete e Caldo – terrore a 42°, costruendo un romanzo che funziona benissimo anche se non si è mai aperta una pagina dei libri precedenti. L'avvio della storia ha un taglio cinematografico. Da una parte c'è la dimensione ovattata della vacanza in Alto Adige: il commissario Dilori e la moglie Betta cercano di ripulirsi la testa dalla violenza quotidiana di Roma tra il calore di una stufa, una vasca da bagno, un calice di Gewürztraminer bevuto piano e la complicità di un matrimonio collaudato. Dall'altra c'è la quotidianità delle vittime, gente ordinaria colta di sorpresa nel bel mezzo della propria routine: un infermiere metodico seguito da un camper senza accorgersene, una guida alpina — Francesca — che rientra a casa al tramonto dopo aver accompagnato un gruppo di turisti. Quando l'assassino colpisce, lo fa senza concedere nulla al dramma spettacolare o all'esibizionismo del delitto. Un paio di abbaglianti nello specchietto lungo il lago di Caldaro, uno scricchiolio tra gli alberi innevati, un laccio alla gola e il buio. 
Virardi racconta l'aggressione per quello che è: un gesto rapido, freddo, quasi industriale nella sua spietata ripetitività. 
L'indagine entra nel vivo nel momento in cui la vacanza di Dilori sfuma nell'emergenza. Chiamato a dare una mano alla polizia locale, il commissario si trova davanti a un puzzle macabro che fa saltare i nervi ai colleghi del posto: quattro persone ammazzate in pochi giorni con la stessa identica dinamica — strangolate e prosciugate di ogni singola goccia di sangue —, ma senza un taglio, una mutilazione o una ferita visibile sui corpi. L'unica cosa certa è che chi uccide si allontana con quattro chili di materiale ematico nello zaino. È qui che si vede il mestiere di Virardi nella costruzione dell'investigatore. Dove gli altri cercano risposte comode o provano a incasellare i segni sugli avambracci con giustificazioni di comodo (le analisi del sangue di un anziano, la tossicodipendenza di una turista francese, la donazione di un infermiere), Dilori applica una logica elementare e rigorosa. Se la ragazza francese era destrimana, un'iniezione da sola se la sarebbe fatta sul braccio sinistro. Quel buco sul braccio destro significa una cosa sola: qualcuno le ha piantato un ago nella carne mentre la soffocava. Da lì, l'inchiesta smette di rincorrere fantasmi e si sposta sul piano materiale, tra l'ispezione delle salme in obitorio e i confronti informali al bancone di una farmacia per capire la differenza di calibro tra un ago normale e una cannula da prelievo. Il sangue non è svanito per magia: è stato estratto. 
Ciò che colpisce davvero nel modo di scrivere di Virardi è la rinuncia ad artifici stilistici per forzare le emozioni del lettore. La sua scrittura è radicata nei fatti: le frasi sono brevi, i verbi coordinati in modo semplice, la punteggiatura lavora sull'accumulo di dettagli visivi concreti. Non ci sono aggettivi roboanti a dirci che una scena è spaventosa; a fare paura è la freddezza chirurgica con cui vengono registrati i movimenti dell'assassino — il braccio sfilato dalla felpa, la manica sollevata, il peso dello zaino che aumenta dopo il prelievo. È una scelta di campo precisa: la violenza viene spogliata da qualsiasi fascino per essere restituita come un atto meccanico, quasi contabile. L'altro grande punto di forza è la capacità di lavorare sulle sfasature sensoriali. Virardi costruisce il ritmo del libro facendo cozzare di continuo due mondi lontanissimi tra loro nello spazio di un cambio di pagina. Da un lato c'è l'intimità calda e luminosa di Dilori e Betta, dove il vino profuma di rosa e litchi e il tempo si ferma nel vapore dell'acqua idromassaggio; dall'altro c'è il buio gelato del bosco, la neve, una donna strangolata e il silenzio spettrale delle case a valle, dove una figlia continua a far squillare un telefono a vuoto. Questo continuo pendolo tra protezione e vulnerabilità crea un'angoscia costante, perché mostra come la tragedia si consumi a pochissimi chilometri dalla felicità di qualcun altro. 
Anche il paesaggio dell'Alto Adige viene gestito lontano dalle solite trappole turistiche. La montagna non è una semplice scenografia di sfondo, ma una presenza densa, isolata e reticente. In questo senso, l'episodio della guida che racconta ai turisti scozzesi la leggenda del drago di Termeno e del vignaiolo Jakob è un pezzo di bravura narrativa: non serve solo a stemperare la tensione con un pizzico di folklore locale, ma crea un cortocircuito spiazzante. Le storie antiche parla di mostri giganteschi con le scaglie verdi che si placano con il vino; la realtà contemporanea, invece, nasconde tra gli stessi alberi un mostro del tutto umano, silenzioso e privo di qualsiasi poesia. Infine, anche sul piano dei dialoghi Virardi dimostra una spiccata misura. Gli scambi tra i personaggi sono asciutti, credibili, privi di spiegoni artificiali o di battute ad effetto da fiction televisiva. I silenzi contano quanto le parole, che si tratti del disagio dei colleghi locali di fronte a un'indagine che sfugge di mano o della disperazione composta di un padre che esce nella notte a cercare la moglie dicendo al figlio di ricordarsi il latte. 
VUOTO è un romanzo impeccabile. un giallo deduttivo che sa essere al tempo stesso un racconto clinico della follia e una storia profondamente umana. Da consigliare senz'altro a chi apprezza le atmosfere alpine dei thriller di Ilaria Tuti e il rigore investigativo di Jeffery Deaver.

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