MAURIZIO ROSENZWEIG AGGIORNA CON SUCCESSO L'INDAGATORE DELL’INCUBO

Essendo classe 1977 e appassionato di horror, negli anni ‘90 era immancabile il mio accostarmi a Dylan Dog, fumetto da edicola della Sergio Bonelli (al tempo editore celebrato per Tex o Zagor) che ampliava le possibilità narrative all’horror, allo splatter, al grottesco, al weird connettendosi con il cinema e la cultura pop del suo tempo. Il suo creatore, Tiziano Sclavi, era un genio, di quelli veri, apprezzato persino da Umberto Eco. Dopo i fatidici “primi cento numeri”, ormai leggendari per la loro qualità, Dylan Dog ha man mano perso smalto e inevitabilmente è diventato un po’ ripetitivo e quando ne ha preso le redini un autore controverso e innovativo come Roberto Recchioni, apriti cielo, i fan sono insorti e la rivoluzione del cosiddetto “Ciclo della meteora” ha mietuto severi giudizi. Effettivamente aggiornare un mito degli anni ‘80 e ‘90 alla sensibilità odierna giovanile fatta di Marvel e manga giapponesi (togliendolo dalle grinfie dei sempre più attempati e annoiati appassionati della prima ora), non era compito facile, né si può affermare che l’operato di Recchioni non sia stato esente da difetti e scelte a dir poco discutibili. Oggi Dylan Dog sopravvive grazie alle amorevoli cure di Barbara Baraldi, che ha riportato Dylan Dog dentro binari più prudenti; per fortuna tuttavia esistono spazi di sperimentazione che da appassionati del fumetto non possiamo ignorare. 

E veniamo dunque alla nostra recensione di “lo spazio bianco”, Dylan Dog Color Fest numero 58, che ha rinfrescato questo caldissimo agosto 2026. Il Color Fest è un appuntamento trimestrale che da sempre permette agli autori di approcciare un fumetto seriale e standardizzato come Dylan Dog con una maggiore elasticità e personalità. Di scena stavolta è Maurizio Rosenzweig, che firma sia la storia che i disegni e fornisce al mondo tradizionale di Dylan Dog una forte scossa visiva e narrativa. L'Indagatore dell'Incubo non si muove in questo caso tra i soliti schemi classici del fumetto Bonelli (la tipica griglia a sei vignette ordinate) né nelle vecchie atmosfere horror di un tempo: si ritrova immerso in un ambiente crudo, viscerale e molto moderno. Già autore della saga bonelliana più vicina allo spirito di Dylan Dog, vale a dire Dampyr, Rosenzweig può vantare anche la collaborazione con l’editore statunitense Dark Horse (celebrato per aver lanciato capolavori di stile come Hellboy o Sin City di Frank Miller), che di certo ha rafforzato in lui la tendenza alla libertà autoriale, al superamento delle convenzioni seriali e all’iniezione convinta di ritmo serrato, narrazione pulp, ironia nera, ampiamente dimostrate in opere come Clown fatale e Resurrections.

In continuità con le opere citate, dal punto di vista visivo e del disegno, la prima cosa che salta all'occhio è l'assenza totale di un tratto pulito o di un disegno realistico tradizionale. Lo stile di Rosenzweig si nota per un tratteggio fitto, nervoso e molto ricco (cross-hatching), dove le ombre e i volumi sono costruiti con una rete di linee incrociate. Questo dà alle pagine una consistenza quasi ruvida, carnale e "sporca", molto simile a quella dei fumetti indipendenti americani.

Anche il modo di disegnare i corpi è originale e fuori dagli schemi tradizionali: la protagonista femminile ha una muscolatura imponente che rompe la classica figura della donna fragile o misteriosa tipica delle storie di Sclavi, diventando una presenza fisica forte e dominante.

La regia della pagina fa il resto. Rosenzweig rompe la classica griglia di vignette e usa tagli verticali stretti, inquadrature schiacciate dal basso verso l'alto e prospettive storte. I colori forniti da Matteo Vattani, usati con palette ben precise, come i verdi acidi della sala autoptica o i toni cupi del viola, guidano lo sguardo senza dare tregua a chi legge.

La storia si sviluppa su più livelli, la storia procede dal giallo poliziesco con elementi di orrore fisico viscerale fino ad approdare all'orrore cosmico fatto di mostri e tentacoli. L'ombra gigantesca che schiaccia la figura umana in una strada di Londra a pagina 35 crea una sensazione di ansia strisciante e la sensazione di essere sempre osservati da qualcosa di oscuro.

Il rimando più evidente alla tradizione dylandoghiana è nel citazionismo spinto, postmoderno. Tuttavia, anche in questo caso, si respira aria fresca. Se Tiziano Sclavi citava i vecchi film horror e i libri classici (ma anche in questo caso non mancano Frankenstein, la bambola Chucky o il Lupo Mannaro), Rosenzweig aggiorna i riferimenti ai giorni nostri. Dylan, per una volta, si presenta alla porta senza la sua immancabile camicia rossa ma indossando la maglietta dell'Hellfire Club (per chi non lo sapesse, il club di giocatori di ruolo nella serie tv Stranger Things) e a un certo punto si trova in uno spazio liminale (quello bianco del titolo, appunto) non mancando di citare il recentissimo e clamoroso film Backrooms. Allo stesso tempo, fa piacere anche che facciano parte del gioco maestri della letteratura del mistero come Edgar Allan Poe e John Dickson Carr, film storici come Rocky Balboa o Fast & Furious, altre serie tv senza tempo come X-files.

Queste tavole mostrano nell’insieme un'opera di messa in discussione del personaggio canonico: Dylan appare sorpreso, messo al tappeto fisicamente (come nel ricordo del combattimento) e sorpreso in momenti di quotidianità imperfetta. Eppure, proprio attraverso questa sua vulnerabilità e il confronto con un disegno così forte e sfacciato, l'Indagatore dimostra ancora una volta di saper cambiare pelle, accogliendo il punto di vista di autori capaci di reinventarlo senza rovinarne l'anima originale.

L'albo, in definitiva, mantiene l'anima dylandoghiana dell'indagine sull'orrore e sulla follia umana, ma la reinterpreta attraverso un linguaggio visivo e un ritmo narrativo ibrido, che guarda tanto alla tradizione Bonelli quanto al fumetto d'autore contemporaneo e fa ben sperare per l’avvenire di un personaggio talmente storico da poter sembrare a qualcuno obsoleto.

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