MALINCONIA E CARPE DIEM: la felicità non è in chi osserva, ma in chi vive
Voglio vivere una volta sola di Francesco Carofiglio è un romanzo che punta con decisione sull’idea, più che sull’intreccio, e trova proprio in questa scelta la sua forza e il suo limite. Francesco Carofiglio costruisce una storia originale, affidando la voce narrante a Violette, bambina mai nata, né concepita, ma intensamente presente nel tessuto emotivo del libro. L’espediente è suggestivo e permette di affrontare temi come il desiderio, la maternità mancata, la memoria familiare e la fragilità dei legami con una prospettiva obliqua, quasi metafisica.
Il romanzo, però, non sempre riesce a sfruttare fino in fondo questa intuizione. La dimensione lirica e onirica, pur elegante, tende talvolta a prevalere sulla complessità psicologica dei personaggi reali, che restano in parte sfocati, più funzionali alla costruzione simbolica che davvero vivi nella loro concretezza.
Ne deriva una narrazione raffinata, ma non sempre pienamente incisiva sul piano drammatico: il dolore e la mancanza sono evocati con misura, ma raramente esplorati in modo davvero perturbante.
Sul piano stilistico, Carofiglio mostra una notevole padronanza del tono: la scrittura è limpida, controllata, priva di eccessi, e riesce a tenere insieme dolcezza e malinconia senza scivolare nel sentimentalismo più prevedibile. Tuttavia, proprio questa compostezza formale finisce a volte per attenuare l’urto emotivo del romanzo. La lettura scorre con piacere, ma lascia l’impressione di un’opera più riuscita nella sua atmosfera che nella sua piena profondità narrativa.
In definitiva, Voglio vivere una volta sola è un libro delicato, intelligente e ben costruito, ma più convincente come esercizio di sensibilità che come romanzo davvero risolutivo. Ha il merito di proporre uno sguardo insolito sulla famiglia e sull’assenza, ma non sempre trasforma la sua bella idea di partenza in una tensione narrativa altrettanto forte. È un’opera che si apprezza per finezza e misura, pur mostrando i limiti tipici di una prosa che preferisce suggerire piuttosto che scavare fino in fondo.
Un altro aspetto che non ho amato è la caratterizzazione che l'autore attribuisce alla voce narrante. Infatti diventa quasi una coscienza giudicante, un dito puntato, evidenziando un punto di vista troppo umano, a tratti rigido, poco adatto ad una bambina mai nata.
Il romanzo è permeato da una malinconia, alla quale i personaggi quasi si abituano e si arrendono, piuttosto che reagire e vivere pienamente una realtà, quella terrena, materiale, soggetta alla caducità del tempo e all'imprevedibilità dell'esistenza.
Completata la lettura ci si pone, inesorabilmente, una domanda: il sogno è anch'esso realtà?

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