L'AUTORE RACCONTA - Quando ho imparato “Il nome polacco del Diavolo”

(di LUCA RAIMONDI) - Quando si presenta un libro, di solito si prova a spiegarlo. Io, invece, vorrei partire da un dubbio: che questo libro, Il nome polacco del diavolo, pubblicato a marzo da Apalòs, non si lasci spiegare fino in fondo. Perché nasce da un’esperienza che non è lineare, non è pacificata, e forse non è nemmeno del tutto comprensibile: vent’anni di frequentazione della Polonia. 

Vent’anni sono abbastanza per perdere l’esotismo e cominciare a vedere le crepe. Abbastanza per smettere di guardare un paese da fuori e iniziare a riconoscere, dentro quel paese, qualcosa di familiare. Ed è una situazione inquietante, devo ammettere. 

Quando ho iniziato ad andare in Polonia, nei primi anni Duemila, era ancora molto forte la sensazione di trovarsi davanti a una storia “in ritardo”. Il 1989, per loro, era una ferita ancora aperta, una soglia attraversata da poco. C’era un’energia che noi italiani avevamo già esaurito: la sensazione che tutto fosse possibile, che bastasse liberarsi di un sistema per entrare finalmente nella storia “giusta”. 

Quell’energia, oggi, la riconosco. E forse è questo il punto da cui nasce il libro: la Polonia contemporanea mi ha cominciato a ricordare sempre di più l’Italia degli anni Ottanta. 

Non l’Italia nostalgica, non quella mitizzata. Ma quella vera: euforica, accelerata, convinta che la crescita fosse una forma di destino. Un paese che scopriva il consumo come linguaggio, il benessere come misura, l’individuo come centro. E che, proprio in quella scoperta, iniziava anche a perdere qualcosa — senza accorgersene. 

La Polonia sta vivendo, con trent’anni di scarto, qualcosa di molto simile. Una modernizzazione rapidissima, quasi violenta. Il capitalismo arrivato come un’onda lunga, capace di cancellare in pochi anni non solo un sistema economico, ma anche un immaginario, un’etica, una forma di stare al mondo. 

E dentro questa trasformazione restano delle tensioni irrisolte: tra tradizione e modernità, tra religione e consumo, tra identità nazionale e apertura europea, tra memoria storica e bisogno di leggerezza. 

Sono tensioni che conosciamo bene anche noi. 

Ecco perché, a un certo punto, ho smesso di pensare alla Polonia come a “un altro paese” e ho iniziato a vederla come uno specchio leggermente deformato. Uno specchio che riflette qualcosa che abbiamo già vissuto — e che forse non abbiamo mai davvero elaborato. 

Non è un saggio, non è un’analisi sociologica. È una raccolta di racconti, ma ogni racconto prova a toccare quel punto in cui la storia collettiva diventa esperienza individuale. Dove le grandi trasformazioni si traducono in vite concrete: uomini e donne che si muovono dentro un mondo che cambia più velocemente di quanto loro riescano a capirlo. 

Ci sono personaggi sospesi. Tra passato e futuro, tra fede e disillusione, tra il bisogno di credere in qualcosa e la sensazione che quel qualcosa si sia svuotato. E in fondo, il titolo stesso — Il nome polacco del diavolo — nasce da questa frattura. Dal momento in cui una parola straniera, “Szatan”, smette di essere solo una traduzione e diventa qualcos’altro: un segno, una crepa nel linguaggio, un punto in cui il reale si incrina. 

Perché quando i mondi cambiano troppo in fretta, anche le parole iniziano a non bastare più. E allora il “diavolo”, in questo libro, non è una figura religiosa o folklorica. È piuttosto ciò che emerge quando un sistema di senso crolla e non è ancora stato sostituito da nulla di stabile. È il vuoto che si apre tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando.

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