Il Novecento noir di Roberto Moliterni: così il Muro diventa una gabbia dell’anima
(di LUCA RAIMONDI) - Ci sono geografie che segnano un destino prima ancora che una carriera. Per Roberto Moliterni, nato a Gioia del Colle nel 1984 e cresciuto nel Materano, il viaggio è stato fin da subito una traiettoria di parole e immagini. Prima la laurea in Cinema Teatro e Produzione Multimediale a Pisa, poi lo sbarco a Roma per frequentare l’XI Corso di formazione e perfezionamento per sceneggiatori Rai Script. È lì, nel fecondo territorio della scrittura per lo schermo, che Moliterni affila le armi: prima con la sceneggiatura Giustizia Divina (tra i dieci vincitori de «I corti Pluriel 2005» e proiettata alla 62ª Mostra del Cinema di Venezia), poi con L’Ulivo Antico, che gli vale il Mitreo Film Festival 2008 e la menzione speciale a Cortopotere.
Dopo una breve esperienza da dialoghista televisivo, firma il lungometraggio SCED! per la regia di Luigi Favali – con cui avvia anche un sodalizio per una sit-com – e conquista il Premio Luigi Malerba (oltre alla menzione al Sonar Script 2010) con In Prima Classe. Collaboratore di Dino Audino Editore, saggista con il manuale Fare un corto, firma di testate come Paese Sera, Tutto Digitale e Donna Moderna, Moliterni si muove con passo sicuro tra il documentario (l’ultimo lavoro, scritto con Andrea Di Consoli e diretto da Simone Aleandri per Clipper Media e Rai Cinema) e la finzione (un corto in preparazione per Rio Film e la Lucana Film Commission). Ma è nel luglio 2014 che arriva la consacrazione letteraria: la vittoria del Premio Rai La Giara con un romanzo potente, nato come Due passi a Berlino Est e poi felicemente intitolato Arrivederci a Berlino Est. Dalle paludi della guerra in Albania al grigiore della Stasi: il sottovalutato noir geopolitico di Roberto Moliterni del 2015 (Rai Libri) attraversa i motori della Storia e i fallimenti del Novecento. L’opera si apre in Albania, nel 1943. All’interno di un comando della milizia fascista si consuma il barbaro interrogatorio di un’anziana donna, madre di un capo della resistenza albanese. Tra gli aguzzini italiani si muove «il Titta», un giovane siciliano che aveva aderito con slancio idealistico al richiamo alle armi del fascismo. Ma in terra d’Albania quella retorica si scioglie come neve al sole: i dubbi assalgono lui e i compagni di ventura di fronte allo sbandamento ideologico e alla violenza cieca.
Inizia così un noir serratissimo e non lineare, un’odissea geopolitica in cui il giovane siciliano, arruolato nei servizi segreti, cambia continuamente nome e identità. Lo seguiamo mentre attraversa l’Europa dell’Est post-bellica e il blocco comunista, fino a quando i carri armati dell’Armata Rossa non invadono Praga.
Poi, un salto temporale ci scaraventa nella Berlino Est del 1982. Ritroviamo il Titta ormai maturo, un signore anonimo chiuso in una modesta camera di pensione. Passa le giornate ad ascoltare un vecchio 45 giri, Aria di neve. È la colonna sonora di una travagliata storia d’amore nata nei giorni della guerra quando Malvina, una giovanissima partigiana, lo aveva in custodia come prigioniero. Da quella reclusione era fiorita una relazione profonda e impossibile che, per strani percorsi carsici del destino, è rimasta viva nel tempo attraverso incontri sporadici e intensissimi.
Anche a Berlino il loro resta un amore clandestino, sorvegliato speciale: entrambi appartengono ai servizi segreti dei rispettivi Paesi. La Stasi staziona davanti alla pensione, mettendo in allarme la padrona dell’albergo, ormai certa che i suoi ospiti nascondano troppi segreti. Sotto il cielo grigio della città si muove un reticolo di «trafficanti di libertà», disposti a tutto pur di saltare il Muro e lasciarsi alle spalle l’oppressione comunista. Il Titta si ritrova imbrigliato in questo traffico clandestino all’unico scopo di offrire un riscatto a chi è schiacciato dal totalitarismo; tra loro c’è una giovane pianista-cameriera della pensione, per la quale nutre una tenera amicizia. Ma è proprio su quest’ultima, tragica impresa che si spezza il sogno del Titta di invecchiare a Berlino con Malvina. Fino a un finale a sorpresa che ribalta le carte in tavola.
Come ha giustamente sottolineato la giuria del Premio La Giara, Moliterni possiede il raro talento di governare un intreccio complesso senza mai sacrificare il ritmo del noir:
«Moliterni riesce a trascinare il lettore per le vie di Berlino Est, a fargli sentire le sue strade come una grande gabbia, a fargli respirare il clima di quegli anni dalla Bulgaria alla Praga della rivoluzione, con una scrittura capace di ricreare tutti i colori delle diverse fasi attraversate dal suo protagonista: dai toni forti e intensi della gioventù inconsapevole e idealista, a quelli cupi di una maturità disillusa, ai grigi di una vecchiaia rassegnata con un cuore solo apparentemente in inverno. Una scrittura che […] è capace di penetrare e scavare i propri personaggi restituendogli tutte le contraddizioni della vita vera.»
La lettura di Arrivederci a Berlino Est evoca inevitabilmente felici cortocircuiti cinematografici e letterari. Impossibile non pensare a Le vite degli altri, il capolavoro cinematografico di Florian Henckel von Donnersmarck. Come in quel film del 2006, anche nelle pagine di Moliterni emerge quel logoramento psicologico in cui lo Stato si appropria non solo del pensiero, ma dello spazio e dell’intimità del cittadino. Una privazione che è, a tutti gli effetti, una tortura.
Sul fronte letterario, il romanzo dialoga idealmente con due grandi testi. Il primo è Stasiland di Anna Funder (tradotto in italiano col titolo C’era una volta DDR, Feltrinelli, 2012), lo straordinario reportage in cui la giornalista australiana illumina la vita quotidiana oltre la Cortina di ferro. Lì, la giovane Miriam, sottoposta a interrogatori e privazione del sonno a soli sedici anni, pronunciava una frase che intercetta perfettamente lo spirito del libro di Moliterni: quando lo spirito umano è sottoposto a tali sofferenze, «sogna una soluzione». E il sogno di una fuga è il vero motore immobile dei personaggi di questa storia, a dispetto di quel cinismo editoriale che la Funder si sentì rivolgere dal proprio direttore: «Questa gente che ha vissuto quarant’anni sotto il regime comunista non interessa a nessuno. Hanno partecipato a un esperimento e quell’esperimento è fallito. Nient’altro».
Il secondo rimando ci porta a La prigione grande quanto un paese di Marco Drago. Un romanzo autobiografico che sottolinea la crescente urgenza di esplorare quel mondo chiuso in cui – come scrive Drago – «la cortina di ferro era di piombo» e nulla trapelava se non le imprese degli atleti di regime.
Ma è qui che scatta lo scarto più originale e spiazzante del lavoro di Roberto Moliterni. In un’epoca in cui tutti sgomitano, rischiano la vita e pianificano fughe disperate per raggiungere l’Ovest capitalista, il Titta compie il cammino inverso. Il suo unico, paradossale desiderio è quello di stabilirsi definitivamente a Est, dentro la gabbia. Una scelta che costringe il lettore a interrogarsi su quanto ci sia di libero nelle nostre decisioni e quanto, invece, sia la Storia a tracciarci l’unica strada percorribile.
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