L'AUTRICE RACCONTA: LA CUSTODE DEI SOGNI, dal verso al romanzo

La custode dei sogni è il mio esordio narrativo, pubblicato nel dicembre 2025, Aletti Editore, collana I Diamanti: un romanzo che nasce dalla poesia e dalla necessità profonda di dare una casa, una voce e un tempo alle donne e agli uomini che abitavano da anni la mia memoria emotiva. Per molto tempo ho pensato che la mia fosse una voce destinata soprattutto alla poesia e ai racconti brevi: iniziavo romanzi che poi restavano sospesi, come quaderni lasciati aperti sul tavolo, in attesa di una stagione giusta che sembrava non arrivare mai. La svolta è arrivata quasi per caso, dopo un confronto con la mia casa editrice, Aletti Editore, che mi ha proposto di cimentarmi con una forma narrativa più ampia, chiedendomi in qualche modo di fidarmi di una storia che, forse, era già pronta dentro di me. Ho iniziato a scrivere in estate, quasi per gioco, senza un progetto rigido, e in circa un mese la storia è venuta alla luce in una sorta di trance creativa in cui i personaggi hanno cominciato a parlarmi con insistenza, occupando le mie giornate, le notti, gli spazi sospesi tra una lezione, una telefonata, un ricordo.

Solo dopo quella prima ondata, molto istintiva, è iniziato il lavoro che amo di più e che riconosco come il cuore della mia pratica di scrittura: rileggere, limare, integrare, togliere il superfluo, cercare l’equilibrio fra la mia naturale inclinazione poetica e il respiro più lungo del romanzo. Molti passaggi sono nati come versi sciolti travestiti da prosa, frasi che portavano con sé ritmo, immagini, omissioni tipiche della poesia, e poi sono stati ricondotti dentro una struttura narrativa più solida, senza rinunciare alla densità delle immagini e dei silenzi. La disciplina poetica è stata il mio metronomo interno: mi ha aiutata a dosare le parole, ad ascoltare i non detti, a lasciare che fossero anche le pause, gli sguardi, i dettagli sensoriali a raccontare ciò che i personaggi non riuscivano o non potevano dire ad alta voce. In questo senso, La custode dei sogni è diventato per me la prova che poesia e narrativa, invece di escludersi, possono dialogare e sostenersi a vicenda.

Al centro del libro c’è Iris, una donna che all’apparenza ha fatto “tutto giusto”: un matrimonio, un lavoro, una vita costruita per non deludere nessuno, secondo un copione che sembra rassicurante perché riconoscibile, socialmente approvato. La storia comincia davvero quando questa facciata si incrina: un lutto, una scelta affrettata, una serie di crepe che la costringono a guardare con onestà la distanza tra la vita che conduce e quella che desidererebbe segretamente per sé. In quell’attrito si fa strada la sensazione improvvisa di aver tradito se stessa per restare fedele alle aspettative degli altri. Attraverso Iris racconto la ricerca di identità, il coraggio di mettere in discussione un destino già scritto, il tema della maternità desiderata, mancata o imposta, il peso della colpa e la possibilità di rinascere dopo la perdita, quando sembra che nulla possa più cambiare.

I sogni, nel romanzo, non sono un semplice abbellimento né un espediente narrativo: diventano un luogo simbolico e quasi archetipico in cui passato e presente si parlano, si inseguono, si chiariscono. Nei sogni affiorano i desideri archiviati, le parole taciute, gli amori a metà, le ferite delle generazioni precedenti che continuano a esercitare la loro forza anche quando nessuno le nomina. Il confine tra sogno e veglia, per Iris, è una soglia porosa: quello che accade “di notte” chiede di essere ascoltato alla luce del giorno, fino a trasformarsi in decisioni concrete. Custodire i sogni, per Iris e per le altre donne del libro, significa smettere di relegare se stesse in fondo alla lista delle priorità e imparare a vegliare sul proprio desiderio con la stessa cura che, per anni, hanno riservato ai desideri degli altri, dei figli, dei partner, della famiglia. Significa accettare che alcuni sogni vadano lasciati andare, ma che altri meritino di essere riportati al centro, anche a costo di scontentare qualcuno.

Scrivendo La custode dei sogni ho sentito subito che non stavo raccontando solo una protagonista, ma una costellazione di donne: nonne, madri, figlie, zie, amiche, ognuna con il proprio modo di attraversare il tempo e le aspettative sociali. Le donne di tre generazioni attraversano una Sicilia che cambia, ma non smette di interrogare: dalle figure costrette in ruoli rigidi e sacrifici silenziosi – donne che hanno conosciuto la guerra, la povertà, la violenza taciuta – alle donne di oggi, che possono separarsi, ricominciare, reclamare una voce e una forma di felicità non per forza conforme ai copioni ereditati. Eppure, anche nella contemporaneità, i vincoli sono ancora presenti, solo più sottili: lo sguardo degli altri, il giudizio, l’idea di famiglia “giusta” che pesa soprattutto sulle spalle femminili. In questa trama di legami ho voluto mostrare come le eredità emotive passino di madre in figlia, spesso senza parole, e come ogni generazione sia chiamata a decidere quali fili mantenere e quali, invece, recidere o trasformare.

La famiglia, nel mio romanzo, è insieme rifugio e luogo di ferite: non è un’icona da cartolina, ma una rete di relazioni che sostiene, giudica, cura, a volte soffoca. È fatta di padri che provano a esserci anche quando la vita li costringe a reinventarsi, di zie che diventano madri, di nonne che custodiscono segreti e li consegnano attraverso gesti minimi, racconti sussurrati, ricette, oggetti. Mi interessa soprattutto il momento in cui l’amore smette di essere rassicurante e chiede un prezzo: lì i miei personaggi devono decidere se restare fedeli al copione ricevuto o tradirlo per sopravvivere, se continuare a tacere o trovare una lingua nuova per raccontarsi. Amare, nel libro, non significa necessariamente restare a tutti i costi: a volte l’atto più radicale di cura verso se stessi e verso gli altri è cambiare strada, riconoscere che una relazione non è più il luogo in cui si può crescere, o che il proprio desiderio non coincide con ciò che il mondo si aspetta.

La Sicilia, per me, non è solo lo sfondo geografico delle vicende: è un personaggio vero e proprio, con un carattere, una memoria, una voce. È luce e ombra, mare e lava, memoria e giudizio, una terra che non ti assolve ma ti chiede continuamente “da che parte stai?” – soprattutto se sei una donna che prova a uscire dai ruoli assegnati senza recidere le proprie radici. È la Sicilia delle case bianche affacciate sul mare, del vento che entra dalle finestre e mescola tempo presente e infanzie lontane, ma anche quella delle etichette, dell’omertà, delle aspettative sociali che possono proteggere e, allo stesso tempo, soffocare. Nei luoghi del romanzo la mia terra diventa geografia emotiva: paesaggi esteriori che rispecchiano tempeste interiori, strade in salita che assomigliano a certe fatiche, piazze e mercati in cui le voci degli altri si fanno coro, mormorio, giudizio, sostegno.

Viviamo in un tempo in cui parole come “cura”, “ascolto”, “responsabilità” rischiano di consumarsi, schiacciate dalla fretta e da relazioni sempre più liquide, in cui tutto può essere sostituito, archiviato, dimenticato con la stessa rapidità con cui scorriamo un contenuto sullo schermo. Con La custode dei sogni ho provato a riportare al centro questi valori, non come slogan o buone intenzioni, ma attraverso scelte concrete dei personaggi: restare, andare via, rompere un copione, chiedere aiuto, nominare il dolore, riconoscere la propria fragilità, rivendicare il diritto a una felicità più autentica, che non è mai perfetta ma è finalmente propria. Mi interessava mostrare cosa significhi, nella pratica, prendersi cura: a volte vuol dire restare accanto a qualcuno nel suo dolore, altre volte vuol dire avere il coraggio di interrompere una catena, di dire “no”, di scegliere se stessi senza che questo diventi egoismo ma, al contrario, un atto di responsabilità.

Se c’è una domanda che vorrei restasse al lettore, alla fine del libro, è questa: quale sogno ho archiviato per non deludere nessuno e quale piccolo passo posso fare, già da domani, per rimetterlo al centro della mia vita? 

Non penso a gesti clamorosi, ma a quei movimenti minimi, una decisione rimandata, una parola finalmente detta, una cura per sé che non si rinvia più, che, nel tempo, cambiano la direzione di un’esistenza. 

Se La custode dei sogni riuscirà, anche solo per un lettore o una lettrice, a riaprire un cassetto dimenticato e a far intravedere la possibilità di una vita un po’ più fedele al proprio desiderio profondo, allora la casa di carta che ho costruito avrà assolto il suo compito più importante. 

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Loredana Scifo è poetessa, scrittrice e docente. Autrice di raccolte poetiche e narrativa con Aletti Editore, presentate anche al Salone del Libro 2026 e vinto Premi Internazionali di Poesia. La sua produzione letteraria si muove tra poesia e prosa, con particolare attenzione ai temi della resilienza, della ricerca di senso, delle relazioni e della dimensione femminile.
Accanto all’attività letteraria, svolge la professione di insegnante, unendo alla scrittura una forte vocazione educativa e formativa. Si interessa anche di fotografia e spiritualità.

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