BORDELLAIN: IL CODICE OSCURO DEL DISAGIO

C’è un momento preciso, nella vita di chi lavora quotidianamente con la fragilità altrui, in cui i protocolli si rivelano inefficaci. Te ne accorgi quando ti rendi conto che le cartelle cliniche o le relazioni pedagogiche descrivono la superficie, ma lasciano l’anima nel buio. Tommaso Randazzo questo confine lo conosce bene. Con una formazione che unisce la sensibilità artistica della laurea in Lettere (indirizzo Musica e Spettacolo) al rigore sul campo delle Scienze dell'Educazione Sociale, Randazzo non è mai stato un semplice applicatore di formule. È un operatore della cura che ha scelto di fare della strada, della marginalità e dell'incontro con l'altro il proprio osservatorio privilegiato, insegnando l'italiano ai migranti o conducendo laboratori di teatro sociale e scrittura creativa.Del 2014 è il suo esordio per le Edizioni ETS, 40 giorni a Floripa, una sorta di diario di bordo del suo lavoro di educatore in Brasile, e poi con il saggio Educatori, capitani, supereroi (2015) e il successivo romanzo Zoologia Urbana (2022). 

Con Bordellain, Randazzo torna a pubblicare con ETS e compie il suo gesto più maturo, fondendo definitivamente le sue due anime: quella del professionista dell'ascolto e quella dello scrittore. Al centro del libro c’è Ruben, un adolescente che ha alzato il ponte levatoio, si è barricato nella sua stanza e ha interrotto ogni contatto con la scuola e con il mondo. Quello di Ruben non è un capriccio, ma una diagnosi esistenziale ben precisa: la sindrome di Hikikomori. Un termine coniato in Giappone alla fine del secolo scorso dal dottor Tamaki Saitō per descrivere chi si ritira volontariamente dalla società per più di sei mesi. Ma dimentichiamoci l’idea che si tratti di un problema lontano, confinato oltreoceano o relegato all'universo dei "nerd" giapponesi. Soprattutto dopo i lunghi mesi di isolamento della pandemia, la comunità scientifica ha dovuto riconoscere che l'hikikomori è un malessere globale, una ferita aperta che colpisce i nostri adolescenti, in particolare i maschi.

La ricerca scientifica più recente ha finalmente ribaltato un enorme luogo comune: internet e i videogiochi non sono la causa di questo isolamento. Semmai, sono il sintomo, un "rifugio sicuro". Il crollo delle relazioni reali avviene prima; la rete arriva dopo, come un ammortizzatore sociale che permette a questi ragazzi di mantenere un simulacro di contatto con il mondo senza il terrore di esporre il proprio corpo, senza l'angoscia del giudizio altrui. Ecco perché la scienza oggi ci dice che le terapie coercitive — le maniere forti, il sequestro dei computer o i tentativi di costringerli a uscire — sono non solo inutili, ma profondamente dannose. La via d'uscita passa invece per un'alleanza con i genitori e per la figura delicatissima dell'educatore domiciliare. Proprio come il Mario del romanzo, serve un "ponte" umano capace di accostarsi alla porta di quella stanza blindata, rispettando i tempi del ragazzo per ricostruire, un millimetro alla volta, la fiducia nel mondo esterno.

Fuori da quelle stanze, intanto, la rete discute e si interroga. Nei dibattiti digitali sui social media la questione è diventata caldissima e si muove su due binari opposti. Da un lato c'è la scure del giudizio, una forte stigmatizzazione che liquida il fenomeno come pigrizia, mancanza di carattere o incapacità dei genitori di imporsi, confondendo l'hikikomori con la galassia dei Neet. Dall'altro, però, si stanno levando voci diverse: community di genitori e di ragazzi in transizione che usano il web per fare attivismo e decostruire questo stigma.

In questi spazi, il ritiro sociale viene letto per quello che è veramente: non il fallimento del singolo individuo, ma il sintomo drammatico di un malessere generazionale. È una ribellione silenziosa contro una società iper-performativa, iper-competitiva, che chiede ai giovani di essere sempre perfetti, vincenti e visibili. Il rifiuto del proprio corpo diventa così l'unica difesa possibile contro le aspettative estetiche, scolastiche ed economiche amplificate dagli stessi social network, in un cortocircuito tragico in cui la piattaforma digitale è al tempo stesso la fonte dell'ansia e l'unico perimetro in cui ci si sente al riparo dal mondo.

Con Bordellain, Tommaso Randazzo compie un’operazione letteraria di rara onestà intellettuale: schiva l’esibizionismo del dettaglio morboso e rifiuta il tono paludoso e cattedratico del paternalismo pedagogico. Ci consegna, invece, un romanzo strutturato sui contrasti, sulle simmetrie nascoste, sulle ferite speculari che finiscono per riconoscersi. Da una parte quindi c’è Ruben, il ragazzo barricato, l'adolescente che ha eletto la sottrazione a sua unica forma di legittima difesa contro una società bulimica e competitiva, avvertita come una minaccia costante. La sua stanza non è semplicemente un perimetro di pareti e mobili; è una trincea dell’anima, un non-luogo dove il tempo si dilata fino ad azzerarsi. Dall’altra parte c’è Mario, l'ex stella del basket. Se Ruben incarna il blocco, l'immobilità assoluta, Mario rappresenta il movimento interrotto: la parabola spezzata di chi ha conosciuto la luce dei riflettori e l’esasperazione fisica del parquet, per poi crollare di schianto sotto il peso di una severa crisi nervosa.

L’intuizione di Randazzo funziona proprio in questo scarto: per tentare di scardinare la porta blindata di un giovane che rifiuta la vita, non schiera in campo un supereroe dell’educazione o un terapeuta infallibile, ma un uomo che porta addosso i segni del proprio naufragio e che non esita a definirsi “un coglione”. Non uno psichiatra, uno psicologo o un docente, ma un umile collaboratore scolastico, che pure si ritrova coinvolto nell’equipe educativa in virtù della fiducia che è riuscito a infondere al ragazzo. Ed è proprio per questo che Mario può farsi "ponte". La dinamica che si instaura tra i due diventa un passo a due delicatissimo, fatto di lunghe attese, di parole misurate col contagocce e di silenzi che esigono rispetto. C’è una profonda, autentica verità pedagogica in questa finzione letteraria: la cura non è mai una strada a senso unico, ma un processo speculare di mutuo riconoscimento. Nel disperato tentativo di riattivare i canali relazionali di Ruben, Mario è costretto a ridefinire i contorni della propria stessa esistenza, a fare i conti con i propri spettri parallelamente alla complicata relazione (che lo stesso autore definisce “tossica”) con la compagna Katarzyna.

La scrittura di Randazzo asseconda questa iniziale atmosfera claustrofobica per poi aprirla, un capitolo alla volta, a piccoli e preziosi spiragli di luce. Il suo stile è asciutto, ripulito da fastidiosi fronzoli retorici o facili pietismi, eppure vibrante di un calore umano autentico. Si avverte la precisione dell’osservatore sul campo, dell’operatore che sa esattamente come si muove un adolescente in crisi e quali sono i codici oscuri del suo disagio.

In definitiva, Bordellain è un libro che lascia il segno, una di quelle letture capaci di scuotere e, al tempo stesso, di ricucire qualcosa. Tommaso Randazzo ci regala una storia che, pur affondando le mani nel fango del disagio più profondo, riesce a farsi parabola di speranza, ricordandoci che l'unica vera chiave per riaprire quelle stanze buie non è la forza del ricatto, ma l'ostinata, paziente e silenziosa capacità di saper restare in ascolto.

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