LO SPECCHIO E LA SCALA: IN CLASSE CON BEGAUDEAU

Di tanto in tanto, lavorando a scuola come docente, mi sento in dovere di attenzionare la letteratura che prova a raccontare la scuola. Finora non avevo mai preso attenzionato il libro La classe di François Bégaudeau, pur avendo apprezzato il film di Laurent Cantet, vincitore della Palma d'Oro a Cannes nel 2008, con protagonista l'autore in persona. Sulla copertina Einaudi una fascetta assicura che il romanzo ha fatto disperare i professori e divertito fino alle lacrime gli studenti. Dopo averlo letto, da professore (di sostegno) non mi sono disperato, da ex studente posso dire di aver riso, ma meno di quanto promettesse la fascetta. Uscito da Gallimard nel 2006 e premiato con il France Culture-Télérama, Entre les murs (è il più efficace titolo originale) è il diario di un anno in una scuola superiore della banlieue parigina. Capitoli brevi, quasi tutti dialogati, che fanno la spola tra sala professori e aula. In sala professori ci si lamenta della fotocopiatrice, della macchinetta del caffè che si mangia le monetine, degli alunni che peggiorano di anno in anno. In aula succede il resto. I ragazzi non hanno faccia, hanno nome e voce e qualche dettaglio: la scritta sulla felpa, gli orecchini, il cappuccio calato sugli occhi. Il professore risponde, si difende, ogni tanto vince. Più spesso sbaglia.

Quello che funziona è la lingua. Il parlato dei ragazzi è lavorato fino a prendere un ritmo suo, e si ride perché nessuno va a caccia della battuta. Non a tutti è piaciuto: c'è chi l'ha trovato ripetitivo e piatto, e chi preferisce il film, dove le facce valgono mezzo libro. Capisco gli uni e gli altri. Ma qui la ripetizione è il metodo, e la noia di certe pagine è la noia delle ore che il libro racconta. Cantet lo aveva capito: girò con tre camere dentro l'aula, una sul professore e due sui ragazzi, per dare la stessa sensazione di essere circondati.

Il punto in cui il libro smette di far ridere è anche il migliore. Souleymane viene espulso per una frase detta male in un'ora storta, e il consiglio di classe aveva già deciso. Sotto le battute c'è una scuola che non sa che farsene di chi non si lascia istruire.


Marco Lodoli, nelle pagine de Il rosso e il blu dedicate al film, arriva con i dubbi di chi ha letto troppi elogi. Premi, critica entusiasta: lui guarda il professor Bégaudeau al lavoro e gli sembra che lavori piuttosto male. In certi momenti gli pare un inetto, uno che infila una dopo l'altra le scelte sbagliate. Più che di cattiveria lo accusa di una scelta di fondo: tutte le lezioni poggiano su un solo principio, i ragazzi devono essere i protagonisti assoluti. Fin dal primo giorno devono raccontarsi, descrivere la famiglia, mostrare le loro passioni. Nessuno chiede loro di misurarsi con qualcosa più grande di loro, un brano di Shakespeare, una poesia di Baudelaire, e in classe si resta al loro brodo salato. Quando il prof fa leggere una pagina del Diario di Anne Frank, non è per spiegare il nazismo, ma per far partire una confessione.

Una scuola così, dice Lodoli, certifica lo status quo. Non ha fiducia nel potere di trasformazione della cultura, nell'idea che una poesia o una novella possano cambiare qualcuno, anche solo un po'. Il film gli serve da sintomo. A una studentessa che ammette «Non ho imparato niente», con le lacrime agli occhi, dà ragione. Se la scuola è soltanto uno specchio, a chi ha poco resterà il poco, e gli insegnanti che si arrendono lasceranno in giro più ignoranza, più depressione, più violenza.

Nella scuola italiana la divisione dei compiti è quasi anatomica. Il docente curricolare porta la materia: prepara la lezione, la rende accattivante, si fa carico delle nozioni e delle conoscenze di cui è depositario. Lodoli lo è stato a lungo, e si sente: la sua idea di scuola parte da lì, dalla fiducia che un buon testo spiegato bene faccia qualcosa a chi lo ascolta. Il docente di sostegno sta nella stessa aula, ma lavora spesso su un'altra cosa, o prima di quella: che un ragazzo si fidi, che l'ansia scenda abbastanza da permettergli di ascoltare, che il gruppo lo accolga, che un compito non sia vissuto come una minaccia. Io lavoro soprattutto lì.

Per questo, leggendo Bégaudeau, ho riconosciuto la fatica di un lavoro che non lascia tracce nel registro. Quello che in una mattinata serve di più, a volte, non si può valutare e nemmeno raccontare bene a un collega. E ho riconosciuto anche il rischio che Lodoli segnala, perché è il rischio del mio mestiere: fermarsi a rassicurare. Un ragazzo che esce da scuola più sereno ma non più capace è stato trattato con gentilezza e lasciato dov'era.

Metto le due idee una accanto all'altra. Per Bégaudeau l'aula è il posto dove ci si forma discutendo, litigando, rimbalzando una parola finché non torna indietro cambiata: la scuola come specchio, dove un adolescente si riconosce e viene riconosciuto. Per Lodoli è una scala. Bisogna uscire da sé, e per uscirne serve qualcosa su cui salire. I grandi autori non sono un lusso: per i ragazzi di periferia sono l'unica via di riscatto che da soli non possono costruirsi.

Su un punto Lodoli ha ragione, e il libro lo concede. Le lezioni di Bégaudeau deviano quasi sempre, si sfaldano in discussione, e quando arriva la grammatica (il congiuntivo imperfetto è il caso più famoso) diventa un campo di battaglia invece di qualcosa che si impara. Ma un romanzo non è un manuale di didattica, e Bégaudeau non giura che il suo metodo funzioni: lo mette in scena con tutte le crepe. L'accusa di Lodoli regge proprio perché il libro la rende possibile, e questo lo salva dal sospetto di apologia.

Dal mio posto vedo anche il rovescio della tesi di Lodoli. La scala presuppone che il ragazzo sia disposto a salire, e un ragazzo in ansia o sospettoso non ascolta Baudelaire, per quanto la lezione sia ben fatta. Dove la fiducia manca, anche la lezione più accattivante rimbalza. I ragazzi del libro, d'altra parte, non hanno bisogno di specchi: sanno benissimo chi sono e lo gridano. Quello che manca loro, e qui Lodoli ci prende, è un appiglio per diventare altro.

In aula gli adulti sono spesso due, e la questione si pone in modo più concreto di come la mettono i libri. Funziona quando si parlano: il lavoro sulla fiducia rende possibile la lezione, e la lezione dà a quel lavoro una ragione per esistere. Quando non si parlano, ciascuno vede metà del problema e giudica l'altro per quella metà che non vede. Bégaudeau da solo con la sua classe non ha nessuno con cui farlo, e forse è anche per questo che il libro finisce come finisce (e non voglio macchiarmi del reato di spoiler, ovviamente).

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